segue dalla prima pagina.. Oggi non è più così, il numero dei tonni catturati è sceso drasticamente per colpa della strage indiscriminata compiute dai pescherecci ultramoderni che utilizzano tecniche distruttive. Per questo motivo oggi la mattanza è ormai sfruttata come spettacolo folkloristico per i turisti.
Ci troviamo a Favignana, nelle isole Egadi. I tonnarotti, al ritmo dei canti intonati dallo scialomatore, iniziano a tirare le reti. I tonni non hanno più scampo. Il rais, in piedi su una piccolissima imbarcazione, detta musciara, situata in mezzo al quadrato formato dalle altre barche, controlla tutte le operazioni della pesca dando ordini precisi. A mano a mano che la rete viene tirata i tonni, che pesano anche più di 300 chilogrammi, restano via via privi d’acqua e, sentendo diminuire la possibilità di respirare, finiscono con l’uccidersi l’un l’altro con potenti colpi di coda. Il mare inizia a tingersi di rosso. E’ questo il momento più drammatico. Per i pescatori, intanto, il lavoro della “leva” della rete si fa sempre più pesante e più veloce. Lo scialomatore intona un altro canto e il coro risponde a ogni verso. I tonni sono ormai allo stremo delle forze e si accavallano in pochi centimetri d’acqua cercando disperatamente scampo. I tonnarotti si armano degli arpioni e si dispongono dentro il vascello in gruppi di otto uomini: quattro davanti e quattro dietro. Tutti insieme, con arpioni corti e lunghi, tirano i pesanti pesci in bilico sul bordo del vascello. E’ il momento più pericoloso dei pescatori. I primi due, chiamati arringatori, lasciano gli arpioni e afferrano i tonni per le pinne dorsali e con un ultimo faticosissimo strappo fanno precipitare il tonno alle loro spalle all’interno della barca. In questo momento il tonno con una codata potrebbe uccidere i tonnarotti, e l’abilità degli arringatori consiste anche nella rapidità e nella tempestività con cui riescono a spostarsi: un errore potrebbe essere fatale. Tutto viene eseguito con grida e movimenti sincroni a una velocità incredibile, fin quando l’ultimo tonno viene issato sulla barca. Per un attimo gli uomini si guardano stremati: il rais fischia il segnale della fine della mattanza. I tonnarotti urlando di gioia si gettano in acqua per lavarsi e per purificarsi. Il rito di sangue si è compiuto.
Un rito e una lotta per la sopravvivenza che nelle isole Egadi risale alla preistoria, come stanno a testimoniare le pitture risalenti alla prima età del bronzo e cioè intorno al 2000 a.C., scoperte nel 1950 presso l’isola di Levanzo all’interno della grotta del Genovese.
Agli uomini preistorici abitatori delle isole Egadi, attenti osservatori della natura e degli animali, non sfuggì certamente il fenomeno della migrazione dei tonni. Questi pesci, per la loro riproduzione, hanno bisogno di una ben precisa temperatura e salinità dell’acqua, l’habitat ideale che da sempre trovano nel mare di Favignana, nella tarda primavera tra maggio e giugno. E da sempre trovano in queste acque degli uomini pronti a ucciderli per cibarsene. Possiamo supporre che in epoca preistorica il capo assoluto del villaggio e della tonnara fosse lo sciamano, re-sacerdote del suo popolo, cui spettava il compito dei conoscere i venti, le correnti e le temperature marine necessarie a decidere i tempi della pesca e i riti a essa connessi.
Non sappiamo però con esattezza quali sistemi utilizzassero i nostri antenati per la cattura dei tonni. Forse avevano trovato il modo di dirottare i pesci verso costa, dove la tribù . tutta insieme, eseguiva una primitiva ma efficace mattanza a colpi di clave e asce di pietra. I primi mezzi tecnici furono adottati dai fenici di cui si racconta che si spingessero oltre le colonne d’Ercole per intercettare i branchi di tonni: a Cadice infatti era stato costruito un centro per la lavorazione del pesce. Furono i fenici a colonizzare le coste della Sicilia occidentale, come testimoniano i resti della loro civiltà ritrovati a Mozia, isola poco distante da Marsala e dalle Egadi. Dopo di loro, anche i greci divennero maestri della pesca del tonno, come ricorda Eschilo quando nella tragedia “I Persiani” paragona la battaglia di Salamina alla mattanza. I romani perfezionarono in seguito la tonnara e studiarono il complesso labirinto di reti definito magna retia, oggi chiamato rizza. Con il passare del tempo, i diversi popoli che invasero la Sicilia, arabi, normanni, angioini, spagnoli, diedero ognuno a suo modo, nuovi impulsi alla tonnara di Favignana. Ma il suo radicale cambiamento, rinnovamento e industrializzazione avvennero a partire dal 1829, quando Vincenzo Florio prese in appalto l’isola (allora le isole Egadi erano proprietà privata della famiglia Pallavicino). L’imprenditore palermitano studiò attentamente i procedimenti e i metodi della pesca dei tonni attraverso l’esperienza dei rais e partecipando in prima persona alla mattanza, finché riuscì, con grande abilità, a convincere le ciurme a modificare il loro modo, di lavorare,: per prima cosa fissarono le reti sul fondo del mare, quindi vennero apportati accorgimenti tecnici sulle barche e variazioni nelle manovre degli uomini. Fu così che alla tonnara di Favignana si toccò il record assoluto: 3000 tonni catturati in un solo giorno. Fu ancora Florio il primo a sperimentare e iniziare la conservazione del tonno sott’olio e a trovare il modo di utilizzare, con la spremitura, tutte quelle parti che prima venivano scartate, ricavandone olio e farina di pesce.
La fine della tonnara di Favignana
Le cause sono diverse. Innanzitutto la diminuzione del numero di tonni, dovuta al cambiamento del clima, all’inquinamento delle acque che influisce negativamente sulla loro riproduzione e alle tonnare volanti, pescherecci ultramoderni che sterminano i tonni in tutti i mari, compiendo stragi insensate. Ma a mancare non sono solo i pesci, mancano anche gli uomini, i tonnarotti capaci di affrontare la pesca nei giorni giusti, con il mare, la luna e la corrente giusti. Così la pesca tradizionale del tonno ha perduto ogni validità economica per l’isola. E Favignana si è adeguata, o meglio, ha adeguato la mattanza al tempo d’oggi, trasformandola da attività economica in spettacolo.
Da fabbrica del tonno a località turistica: la brulla isola di Favignana con il suo mare limpido, come la maggioranza delle isole italiane ha riversato le sue forze produttive nell’industria delle vacanze.